Perché nessuno vuole pagare Spotify

Perché nessuno vuole pagare Spotify

Ah, il web. Un posto dove puoi trovare ogni cosa, dalla ricetta per i canederli all'opinione del tuo vicino di casa sul sistema economico dello Zambia. Ma soprattutto, quello che ti fornisce il web è contenuto gratuito. E' ormai noto a tutti che, tramite sistemi più o meno leciti, è possibile ottenere musicafilmlibrisoftware e tantissimo altro contenuto senza dover cacciare nemmeno un euro dalle proprie tasche.

Chiaramente, ciò ha causato un calo di vendite che ha colpito duramente i vari settori già citati. Più di tutti gli altri, quello musicale si presta ottimamente a questa situazione: la qualità della musica ottenuta in questo modo è identica a quella ottenuta pagando lo stesso contenuto.

Del resto, saremmo davvero degli idioti a pagare per qualcosa che potremmo avere gratis, giusto?

Bentornato alla scuola materna

Partiamo dal presupposto che qualsiasi oggetto o qualunque opera intellettuale richiede del tempo. E che ognuno di noi ha diritto insindacabile di attribuire un valore al tempo impiegato nella costruzione di qualcosa di tangibile, o nell'elaborazione di un'idea che poi raggiunga un certo tipo di risultato. E' uno dei motivi per cui vengono pagati gli esperti di marketing dalle aziende: il loro lavoro è fornire le idee per permettere a un prodotto di venire pubblicizzato adeguatamente.
Cosa accadrebbe se questi professionisti del settore non venissero pagati?

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Ecco un esempio. O almeno, lo spero.

La proprietà intellettuale di un'idea o di un'opera d'arte (e quindi, eventualmente, anche di una canzone) ha lo stesso valore di un oggetto qualsiasi, e pertanto è sacrosanto che tale sforzo venga ripagato nella maniera più opportuna. Ogni volta che otteniamo gratuitamente qualcosa che invece avremmo dovuto pagare è né più né meno che un furto. Quando rubiamo a un negozio, lo stiamo danneggiando direttamente. Se più persone decidono di sottrarre dallo stesso negozio, rischiano di farlo chiudere.

Ma piuttosto che farsi carico di questa responsabilità, la maggior parte delle persone preferisce utilizzare una logica infantile, tipica dei bambini sotto una certa età. Immaginate di essere con il vostro figlio di 5 anni a passeggio in un parco. Passando vicino a un'aiuola piena di rose, il ragazzino decide di strapparne una. Voi gli dite di non farlo, e chiaramente usate questa giustificazione: "se lo fanno tutti, non ci saranno più rose".
"Sì ma non lo fanno tutti, lo sto facendo solo io!" potrebbe essere la risposta alla vostra critica. E' dimostrato scientificamente che, sebbene il bambino magari vi darà pure ragione, la sua mente non capisce questa analogia. Manca la percezione della collettività, ossia di far parte di quei tutti. Non percepirà il danno perché dal suo punto di vista in quell'istante esiste solo lui, e il suo desiderio di strappare la rosa.
Ma se tale pensiero è giustificabile a una certa età, non lo è assolutamente una volta raggiunta una certa coscienza di ciò che accade attorno a noi.

Il comfort del branco

La logica appena descritta va a braccetto con una delle sensazioni che più appagano l'essere umano: il senso di appartenenza a una certa categoria.
E' per lo stesso motivo che ricerchiamo un certo prodotto per "distinguercidagli altri. Sia esso un telefono, uno strumento musicale, un capo d'abbigliamento o un'ideologia.

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In foto, il piacere di appartenere al sottogruppo neonazista dei furry.

Soprassedendo il concetto di appartenere a un gruppo "alternativo", o meglio in controtendenza (che basa la sua esistenza sull'arte contraddittoria di non conformarsi a un aspetto della realtà immergendosi in una sottocategoria... quindi conformandosi a qualcosa), la zona comfort dell'approvazione da parte degli altri per un nostro atteggiamento ci permette di rassicurare il nostro ego riguardo alla correttezza delle nostre azioni. L'indecisione e l'insicurezza lasciano spazio a una sensazione di sollievo: se lo stanno facendo anche gli altri del mio "gruppo", allora è giusto che lo faccia anche io.

Questo può avere un duplice effetto, positivo o negativo. Da una parte, il perpetuarsi di un comportamento generalmente positivo da parte di un gruppo di persone ne facilità la propagazione.
Quando andavo a scuola non mi piaceva copiare durante i compiti in classe. Non ero un secchione, anzi ho avuto diverse difficoltà scolastiche (sono stato perfino bocciato in quarta superiore). Ma chiedere suggerimenti durante un compito non mi piaceva: preferivo di gran lunga beccarmi un brutto voto e sapere che la responsabilità di quella cosa era solo mia. E non del professore bastardo che fa i compiti impossibili e se prendo 4 io è perché tutta la classe ha preso un brutto voto e poi non si possono mettere 3 verifiche in una settimana e lui spiega male. Contemporaneamente, se qualcuno mi chiedeva un suggerimento durante un compito, non mi tiravo comunque indietro nel fornirglielo: semplicemente non ritenevo onesto con me stesso prendere un voto che non meritavo.
Essendo una persona che poneva le proprie idee all'interno della propria cerchia di amicizie in maniera piuttosto decisa, questo finì con l'influenzare anche le mie frequentazioni abituali. Quasi nessuno tra i miei compagni di classe copiava durante un compito, e se qualcuno lo faceva non veniva visto di buon occhio. E contemporaneamente, eravamo anche i più casinisti della scuola intera, la classica cricca di sbandati che riconosci a distanza come "quelli che ne combinano di tutti i colori". Immaginate che inferno doveva essere frequentare una compagnia di amici come la mia!

La parte negativa del sentirsi parte di un gruppo sta invece nell'auto-giustificazione di un comportamento, per lo più di matrice egoistica. Rimanendo sull'esempio di prima, se la classe prende in toto dei voti bassi durante un compito, io mi sento sollevato se per caso ottengo una valutazione insufficiente, perché la responsabilità non è mia. Se tutti i miei amici scaricano musica o film illegalmente, sono forse io lo stupido che va a pagare qualcosa di completamente gratuito?

Avere gli occhi più grandi della pancia

Questa è la ragione per cui l'annuncio del giro di vite da parte di Spotify nei confronti di chi lo utilizzava senza pagare ha suscitato una reazione di indignazione da parte di una grande fetta di utilizzatori. Il web dona loro l'anonimato (almeno, per i più furbi...) per commentare in modo polemico questo controllo della pirateria. Questi non si rendono conto che effettivamente utilizzare un servizio senza pagare, a meno che tale servizio non sia esplicitamente gratuito, è una pratica illegale, perché in tanti lo fanno. Mettendo a tacere il Grillo Parlante.
Se ci pensate, la logica è davvero assurda. Come lamentarsi dell'installazione di un antifurto in un negozio che non ci consente più il libero taccheggio. Chiaramente la critica proverrebbe da un gruppo di persone che considera il furto come un'attività assolutamente lecita.

Ma perché allora la gente lo fa?
Semplice: qualunque cosa non si paga stimola il nostro istinto di accumulare quante più cose possibili, anche se non ci servono. La gratuità fa gola, come quando ci troviamo a un aperitivo con buffet: spesso infatti trangugiamo tutto quello che possiamo, a prescindere dal nostro appetito.

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"COSA?! E' finito il sashimi di tonno prima si aver fatto il bis?!"

Ed è per questo che ci ritroviamo i computer pieni di musica che a tutti gli effetti non ascoltiamo. L'idea stessa di possedere intere discografie, senza averle pagate e senza poi ascoltarle, ci da l'idea di aver raggiunto un obiettivo.

La soluzione a tutto ciò?
Purtroppo finché non avverrà una radicale svolta culturale in merito alla fruibilità dell'arte, questo non cambierà mai. E' impossibile sradicare dall'essere umano il piacere dell'appartenenza e dell'approvazione da parte dei suoi simili. L'unica via è la cultura: se tutti noi fossimo pienamente coscienti del danno che causiamo all'arte ogni volta che ci procuriamo del materiale gratuito illegalmente, magari eviteremo di scaricare millemila dischi per poi ascoltarne solo mezzo, oppure tonnellate di libri solo per leggerne uno e ignorare gli altri, o intere serie tv che poi non guarderemo. Sostenere economicamente qualsiasi artista che ci piace consente all'artista di produrre nuovo materiale di qualità e consente a tutto il mondo dell'arte di continuare la propria strada evolutiva, verso musica sempre nuova, libri sempre più avvincenti e film sempre più curati.

Tutti voi che leggerete questo articolo riconoscerete nella svastica un simbolo forte che rispecchia un certo tipo di ideologia e di pensiero. La maggior parte di voi avrà una sensazione negativa nel vederlo. Se tale sensazione entrasse nelle nostre teste anche nei confronti della pirateria, l'arte di tutto il mondo (e soprattutto la musica) ne trarrebbe un fortissimo giovamento.
Non smettete mai di informarvi e accrescere la vostra cultura. E di parlare di cose sempre nuove coi vostri amici. E' l'unico modo per salvare l'arte.

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E la vostra faccia. Internet non perdona. Mai.

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