Memoria o logica nella teoria musicale

Memoria o logica nella teoria musicale

Sei a casa, nella tua cameretta. La compagnia non ti manca: hai la tua chitarra, il tuo sgabello preferito e il tuo quaderno degli appunti. E' l'ora dello studio.Apri il quaderno, e subito sobbalzi: ti eri scordato che questa settimana il tuo insegnante ci ha dato dentro di brutto. Un sacco di diteggiature nuove da imparare e da applicare. Ti aveva illustrato come, tramite la teoria della musica, si può arrivare con logica a semplificare il lavoro. Ma tu hai annuito per non far brutta figura, anche se da un paio di lezioni non capisci un tubo, e ti appresti a imparare a memoria tutto il malloppone. Tanto, probabilmente, tutti quelli che sanno suonare avranno fatto così: come si può riuscire a capire quel caos incomprensibile fatto di intervalli, regole e strutture.

Ma è veramente così che si impara a suonare? La logica serve a qualcosa? Meglio imparare tutto a memoria e lasciare che l'esperienza faccia il resto?

Il fascino della varietà

La musica, come tutte le arti, è una disciplina particolarmente complicata. Razionalizzare  ciò che muove le mani di un musicista affermato è estremamente difficile, soprattutto se lui in primis non ci riesce. Non sono rari i casi di musicisti professionisti (soprattutto negli anni '60-'70) che non sono in grado di spiegare in termini teorico-musicali ciò che li ha portati a comporre dei brani considerati ancora oggi dei capolavori.

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"Prima di spiegarti la scala minore... puoi dirmi dove mi trovo?"

Non c'è assolutamente nulla di male in tutto questo. Nella musica, il fine giustifica sempre e comunque i mezzi. Questo tipo di apprendimento è accostabile all'utilizzo mnemonico del cervello: avviene la composizione, attraverso un'ispirazione più o meno varia, e il musicista la ripete fino a che non rende la canzone un gesto automatico. In questa circostanza avere buona memoria influisce positivamente sul risultato finale, ossia la produzione e l'esecuzione di musica propria. Ovviamente, anche se il passato ci ha insegnato questo, di certo non è l'unica via. Se l'ispirazione dovesse provenire da un brano di un altro artista, oppure da un concetto musicale, chiaramente un approccio logico alla costruzione del nuovo brano avrà un risultato migliore. A volte anche l'utilizzo logico del contenuto musicale può avvenire in modo del tutto istintivo, come nel caso dello studio dell'improvvisazione. E l'unione dei due mondi può dare dei risultati eccellenti.

Chi troppo vuole...

Ma c'è un momento in cui l'utilizzo della logica è inutile, oppure addirittura dannoso?
Immaginate di spiegare a un bambino che sta imparando a leggere una logica sulla memorizzazione delle lettere, che non sia la produzione di un suono o di una sillaba. Fondamentalmente rendendo l'apprendimento di una nozione di base un elemento più complicato del dovuto.

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"A come amfetamina, B come barbiturici, C come cannabis..."

Quando si tratta di elementi di base, non ci sono sconti. Imparare a memoria si rivela essere non solo la scelta migliore, ma anche l'unica strategia realmente valida per comprendere determinati concetti. Molto spesso, la teoria della musica non viene capita dagli adulti proprio per questo motivo. Dopo anni di lontananza dallo studio, l'elasticità dell'apprendimento mnemonico viene meno e cercando una qualsiasi logica negli elementi che costituiscono la base di tutta la teoria musicale, si cade in un limbo di comprensione parziale. Nella mia esperienza di insegnante, non sono stati rari i casi in cui mi venivano poste domande come "perché dopo il Do c'è il Re?" da parte degli adulti. Ciò non avviene solo nella teoria in senso stretto: l'adulto, trovandosi di fronte a una diteggiatura da imparare memoria, in quanto base di studi successivi, si blocca perché non trova una logica in ciò che sta facendo. "Non riesco a farmi entrare in testa questa scala, non capisco perché devo muovere le dita in questo modo" è un'altra espressione tipica in questo momento dell'apprendimento. Il che porta l'allievo a rimanere in un altro stato di confusione, quando poi si cerca di spiegare che ci sono dei collegamenti tra diteggiature e teoria musicale, la quale di fatto non è ancora stata compresa al 100%.
La logica in questa circostanza serve a poco. Occorre accettare le basi di questo nuovo "mondo di regole" che è la musica e procedere nella comprensione di tutti gli elementi successivi considerando la partenza come un vero e proprio dogma.

Ping-pong cerebrale

Credo personalmente che i risultati migliori si ottengano con l'unione delle due strategie di apprendimento, miscelate e dosate opportunamente. Un po' come quando si crea un cocktail di qualità: ogni elemento deve essere perfettamente bilanciato per creare un gusto unico, senza nessuna "nota stonata" che spicchi sulle altre.

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"Il migliore rum-cola senza cola che io abbia MAI assaggiato!"

Durante la spiegazione degli elementi di base (cosa che viene digerita senza problemi dai bambini e dagli adolescenti) occorre precisare agli allievi adulti che non comprenderanno il senso di ciò che stanno facendo fino al raggiungimento di un certo punto del programma. Rassicurarli continuamente che tanti altri sono stati nella loro stessa situazione, in modo da non farli sentire degli incapaci totali e usare esempi pratici con brani o piccole composizioni per renderli partecipi dell'utilità di ciò che stanno imparando si rivela essere un approccio efficace con la maggior parte di loro. Appena il programma lo permette, passare allo sviluppo logico della teoria: illustrare all'allievo le affinità e le divergenze tra le diverse strutture musicali tramite passaggi che implicano la conoscenza dell'armonia, in modo che comprenda ciò che sta facendo a un livello superiore rispetto alla ripetizione prettamente scolastica. Questo si può realizzare anche con elementi molto semplici, come la creazione di un giro di accordi tramite l'armonizzazione della scala su più tonalità. Oltre che essere stimolante, è un ottimo allenamento per destreggiarsi con agilità nell'ambito teorico.

In questo modo si elasticizza la modalità di apprendimento dell'allievo, rendendolo aperto a tutte le eventuali possibilità future di spiegazione, permettendogli così di raggiungere con facilità la comprensione anche degli elementi musicali più complicati.
Ma serve necessariamente tutta questa elasticità per comporre musica di qualità? Certo che no. A volte non serve la memoria. A volte non serve la logica. A volte nemmeno un cervello che funzioni.

Guardate Ozzy, per esempio.

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E comunque, chissenefrega. E' impossibile non voler bene a Ozzy. All Hail the Prince of Darkness!

 

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