Lui impara e io no – colpa dell’insegnante?

Lui impara e io no – colpa dell’insegnante?

Inizi timidamente, mettendo qualche annuncio online e sui giornali locali. Magari appendendo il tuo numero nelle bacheche dei negozi di strumenti. Arrivano i primi allievi, con cui ti muovi timidamente, cercando di accompagnarli nello studio. Passa il tempo, sviluppi un metodo strutturato, con un programma fisso che funziona alla grande. Sei soddisfatto del tuo operato, pensi di aver raggiunto il top come insegnante. Ed ecco che prontamente, a far crollare l'inossidabile fortezza costruita nella tua mente, arriva devastante come una testata nucleare l'allievo che inspiegabilmente non capisce quello che gli spieghi.
Di colpo pensi che tutto il tuo lavoro sia inutile, e di dover ricominciare da capo: il tuo metodo perfetto e testato non sta funzionando.
Ma in questo caso di chi è la responsabilità? E' il metodo che non funziona, oppure l'allievo che non ci arriva? E qual'è la soluzione?

Un problema senza età.

Sei seduto sul tuo banco di scuola. Stai aspettando con trepidazione la consegna del compito di matematica, per cui tanto hai studiato il giorno prima della prova. Finalmente arriva il tanto agognato foglio: e leggi con soddisfazione 7/10. Not bad. E poi arriva il compito di quella secchiona della tua compagna di banco, e ci leggi invece 10/10. Del resto, ormai c'è da aspettarselo: quella dannata sa sempre tutto, ed è sempre la prima ad avere la mano alzata quando l'insegnante fa una domanda alla classe.

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Soprattutto nell'ora di difesa contro le arti oscure.

Sembra non essere assolutamente stupita. E del resto, non è da biasimare: i risultati che ottiene sono sempre su quel livello. Per di più, sembra non metterci nemmeno tanto impegno. E ciò non può che suscitare la tua collera e invidia. Probabilmente perderai anche un po' di determinazione, e per il successivo compito non studierai così tanto.
Eppure, entrambi avete assistito alle stesse spiegazioni, date dallo stesso insegnante, nella stessa classe. Com'è possibile?
La storia didattica di ognuno di noi è incredibilmente complessa. Per risalire alle lacune in alcune discipline, bisognerebbe analizzare il nostro apprendimento fin dall'infanzia, e stabilire cosa ci ha reso in grado di apprendere con facilità determinate discipline e cosa invece ci ha danneggiato, rallentando il nostro studio. Se nostra madre ci cantava una filastrocca sui numeri mentre salivamo le scale di casa, ancora prima che fossimo in grado di parlare, probabilmente saremo in grado di contare molto presto. E magari pure di tenere il ritmo. E' dimostrato che l'ascolto di musica complessa durante l'infanzia sviluppa l'orecchio musicale in modo sorprendente, spesso educando i bambini a tal punto da renderli possessori di un orecchio assoluto.

Il coltello dalla parte della cattedra

L'ora successiva, entra in aula la tanto odiata insegnante di inglese. Severissima, austera, saccente: l'archetipo di tutto ciò che uno studente può odiare.

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Si dice che abbia un piccolo segreto.

Le lezioni sono la trasformazione didattica di un plotone d'esecuzione: argomenti sparati a raffica, esempi veloci e frammentari. Pochi esercizi in classe, moltissime interrogazioni. Media voti durante i compiti scritti molto bassa. Eppure qualcuno che sopravvive al massacro c'è: oltre alla secchiona già citata, pochi altri tuoi compagni non solo ottengono risultati eccellenti, ma addirittura gradiscono il metodo di insegnamento aggressivo, dichiarando di essere migliorati nella materia grazie a questa insegnante come mai prima d'ora.
Questo è il classico esempio di come uno stile di insegnamento possa essere dannoso da un lato e incredibilmente efficace allo stesso tempo. Le persone reagiscono in modo diverso allo stress e al sentirsi sotto pressione. C'è chi getta la spugna, e considera tutti gli sforzi sprecati, e chi invece non si lascia intimorire, anzi. Il gusto della sfida si rivela essere per qualcuno un ottimo motivatore per l'ottenimento del risultato.
Questa è stata la filosofia adottata per anni da tutte le scuole con finalità artistiche. Secondo questo principio, è con la scrematura degli allievi eccellenti che si costruiscono i risultati artisticamente migliori. Chi non sa reggere il peso dello studio viene demotivato, allontanato, a volte addirittura umiliato davanti agli allievi che invece se la cavano bene. Giustificando il metodo in nome del "miglioramento della qualità artistica".

La musica è per tutti

Se i grandi talenti del passato sono emersi grazie a metodi di insegnamento brutali, non significa che mantenere queste modalità didattiche sia efficace.
Immaginate cosa accadrebbe se, per ottenere la patente di guida, la prova consistesse nello sfrecciare a 120km/h in un centro abitato, durante l'ora di punta, evitando tutte le auto e i pedoni che si trovano nel vostro tragitto, parcheggiando infine in testacoda tirando il freno a mano in uno spazio ristretto.

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Il tutto in retromarcia.

Quanti otterrebbero la patente? Di certo questi si potrebbero vantare di essere guidatori, ma perché togliere la possibilità di guidare a chiunque non sia in grado di mirabolanti acrobazie?
Personalmente ritengo che la didattica musicale (e artistica in generale) possa seguire un corso più a misura di persona e allineato a quello che può essere l'impegno che ognuno, nel proprio singolo, vi può dedicare.

Una soluzione... complessa?

E' per questo che sostengo l'importanza delle lezioni di strumento individuali. L'enorme vantaggio di avere un insegnante che si dedica completamente alla tua crescita strumentale, in un ambito così complesso come quello musicale, è innegabile. Ogni individuo affronta problematiche diverse durante il raggiungimento dei propri obiettivi, che vanno analizzate e risolte singolarmente. L'insegnante ha il compito di individuare queste difficoltà e dare del suo meglio per permettere all'allievo di superarle senza troppo accanimento.
Il procedimento in questione è decisamente più difficile quando ci si approccia a una classe intera, dove come abbiamo visto ogni individuo ha un bagaglio cognitivo e culturale differente. La soluzione in tal senso potrebbe essere un programma di base raggiungibile ai più, con uno studio richiesto medio-basso, e un inserimento nel programma di varie aggiunte, da affidare agli allievi singoli, per chiunque invece sentisse il bisogno di  approfondire un aspetto della materia. Se ci vogliamo poi soffermare sul sistema dei voti, si possono comunque rendere oggettivi: fornire la votazione standard per il conseguimento degli obiettivi nel programma comune, e delle lodi di merito per il raggiungimento di competenze extra-programma, suggerite dall'insegnante.
Chiaramente tutto ciò è molto più complicato dell'organizzare una semplice lezione frontale in cui si enunciano gli argomenti e si attende che gli allievi li ripetano durante una prova scritta o orale. Ma permetterebbe ai più di raggiungere le competenze minime senza troppe frustrazioni, e di salvaguardare comunque la volontà di chi vuole eccellere.

E finalmente, una volta organizzato il programma in modo da essere accessibile ai più, davanti agli allievi che ancora non raggiungono gli obiettivi minimi, l'insegnante avrà la soddisfazione di potersi lamentare dei giovani senza nessun senso di colpa.
Perché a noi le scale le insegnavano a forza di bacchettate sulle dita, e gli intervalli ce li urlavano in faccia. Mica come voi, gioventù bruciata dai social, che coi soldi risparmiati scaricando le app piuttosto che acquistare un accordatore per chitarra vi comprate la droga. Non contando quelli che non spendete per comprare le batterie a 9V sprecate per averlo dimenticato acceso.

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Con quelli, vi ci pagate l'università.

 

 

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