Chitarra come lavoro: aspettative e realtà.

Chitarra come lavoro: aspettative e realtà.

Uno degli argomenti più spesso dibattuti nei gruppi online legati alla musica in generale e nelle riviste dedicate è il riuscire a trasformare l'hobby della chitarra in un vero e proprio lavoro.
L'opinione più comune è che questo sia un privilegio destinato a pochi eletti, per lo più fortunati (o con genitori abbienti alle spalle) e che nella realtà fare della musica una professione sia praticamente impossibile.

Ma cosa significa realmente lavorare con la musica? Perché generalmente la visione della chitarra come lavoro è così disfattista? E' veramente solo questione di fortuna?

I tempi che furono

Partiamo dal principio: cosa serve per diventare un vero professionista?
Beh, anzitutto saper suonare. E qui c'è già una prima scrematura, data fondamentalmente dal quantitativo di studio che una persona è disposta a dedicare allo strumento.

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Dovrai fare una scelta: chitarra da professionista o disintegratore di orologi?

Un vecchio libro del 1993 diceva che per imparare realmente qualcosa servono diecimila ore. Significa che suonando quattro ore al giorno impieghiamo 2500 giorni, ossia sei virgola otto anni (non so quanti mesi facciano "zero virgola otto anni"...). Prendendo anche con le pinze questa considerazione e pensando che con uno studio serio e organizzato i tempi si possano ridurre, che so, di un 25%... sono comunque tante ore. E no, non si contano le ore passate davanti a Mercatino Musicale per accaparrarsi l'offerta sull'ultimo distorsore scorreggione. Si tratta di studiare sul serio, migliorarsi tecnicamente e stilisticamente ogni giorno senza sosta.
Come degli atleti professionisti, i chitarristi che aspirano a questa professione devono essere disposti a dedicare una buona parte della giornata alla chitarra. Per un professionista non serve nemmeno ragionare sul fatto che la scala di Mi maggiore contiene un Do# e che due possibili accordi al suo interno sono Fa# minore e Si maggiore. Giuro che l'ho scritto di getto e non ho fatto conti particolari: la teoria diventa ovvietà allo stato puro (o almeno, i concetti fondamentali diventano come sapere le tabelline dei numeri a memoria). Per la tecnica, c'è chi ci dedica più o meno tempo, ma servirà una capacità sufficiente per affrontare la maggior parte delle situazioni comuni e per intraprendere in modo indipendente lo studio di un brano più impegnativo.
Quindi, se sei soddisfatto della tua oretta al giorno di pratica, sappi che io la usavo solamente per la tecnica. E dedicavo un'altra ora alla visualizzazione, un'altra ora alla teoria (e all'applicazione) e un'altra ora all'improvvisazione. Ogni giorno.

Domenica esclusa, però, dai. Siamo onesti.

Diario di bordo

Ma copriamo un altro punto. Sei sicuro che quel tuo hobby ti piaccia talmente tanto da renderlo un lavoro? Se quello che per te è un passatempo, un modo per staccare la spina da una giornata difficile o da qualsiasi altro tipo di stress, diventasse esso stesso un motivo di stress, proprio perché fa parte al 100% della tua giornata?

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Anche nei momenti in cui meno te l'aspetteresti.

Una mia giornata tipo di questo periodo: sveglia alle 7, vado in palestra dove mentre mi tengo in forma leggo qualche notizia e qualche stralcio di libro.
Ore circa, organizzazione della mia scuola di musica (orari, programmi da sistemare) oppure gestione del contenuto online (questo articolo per esempio) con relativa pubblicizzazione. Tutto ciò intervallato dalle faccende domestiche.
Ore 12:30 pranzo, 13:30 si parte per aprire la scuola, che rimane aperta fino alle 21 ogni giorno dal lunedì al venerdì (il sabato apriamo anche di mattina).
Si tratta di circa dieci ore al giorno per sei giorni alla settimana. A volte, nei periodi in cui devo occupare del tempo per la promozione dei corsi, sposto la creazione dei contenuti multimediali alla domenica. Senza contare eventuali masterclass che organizzo per gli studenti, sempre di domenica, e qualunque altra attività collaterale alla scuola. Certo, se mi fossi accontentato degli allievi e non avessi avuto volontà di espansione dell'attività, risparmierei qualche ora della giornata.

Sono convinto che una mole di lavoro come questa non sia per tutti. Chiaramente ci sono delle situazioni musicali in cui si può anche riuscire a lavorare occupando meno tempo, ma credo che ogni musicista, oggigiorno, dovrebbe preventivare tra le 40 e le 50 ore settimanali, distribuite a seconda delle proprie necessità, per avere un introito che consenta di essere finanziariamente tranquilli.

Percezione distorta

Ma perché allora, nonostante si possano trovare persone disposte a sottostare i punti sopra descritti, circola comunque una visione pessimista della musica come lavoro, quasi che chi ci riesca abbia solamente dalla parte la dea bendata?

Molto semplice: quello che non riesce a capire la maggior parte di coloro che vorrebbero lavorare nella musica è che questa, allo stato attuale delle cose, non ti da un lavoro fissotempo indeterminato, ma semmai ti rende un libero professionista. Con tutti i pro e i contro del caso.
Chi sogna di alzarsi la mattina con il proprio posto assicurato, avendo la certezza che questo non cambierà mai, svolgendo la stessa mansione per tutta la vita, non dovrebbe nemmeno considerare l'ipotesi di fare della musica il proprio lavoro.
Essere musicista significa essere imprenditore di se. Significa sapersi porre nel modo giusto nei confronti dei clienti, qualunque essi siano: se sei un insegnante sono gli allievi, se sei un compositore chi ti richiede la musica da creare (un azienda o semplicemente i tuoi fan), se sei un turnista il musicista che devi accompagnare.

Nessun corso di barmanpizzaioloristoratore ti regala alla fine il bar, la pizzeria o il ristorante. Perché dovremmo pensare che questo succeda, per qualche strano miracolo, proprio a noi chitarristi?

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Però una muta di corde potevano regalarmela :(


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